In nome di Mithra

Nascere, crescere, invecchiare sono i gesti obbligati che scandiscono la nostra esistenza: irrimediabilmente quando nasciamo ci sentiamo condannati a morire e questo fa sì che la nostra mente "ragionevole" si sclerotizzi nel tempo dell'io.
Io, io, io: costruiamo così quella prigione che ci separa dall'infinito divenire e che ci regala la consapevolezza del limite.
Questo l'uomo lo sa da sempre: ogni volta che riesce a sfuggire alla ragionevolezza della sua mente, ogni volta che intercetta la pulsione dell'eterno divenire, non altrove ma dentro di sé, quasi ci fossero porte segrete che ci restituiscano la tremenda percezione del nostro io dilatato, come se colui che pensavamo essere "noi stessi" non fosse altro che l'ombra di un essere sconosciuto alla nostra mente.
Questo l'uomo lo sa da sempre.
La provocazione che ci viene dal quotidiano, la legge del bisogno che ci impegna nell'interazione con l'aspetto più denso della materia stimola la specializzazione dei processi mentali e conferma sempre più l'autoidentificazione nel ruolo-personaggio psicologicamente inteso.
Da sempre l'uomo sa anche che ci sono porte interiori che possono essere aperte ma sa anche che la trasmissione di questi insegnamenti può avvenire soltanto tra menti libere dall'illusione-prigione dell'io, menti che non hanno paura di rinunciare all'alibi della razionalità per fare un salto nel buio, e riconoscere l'infinito nascosto nel finito.
Solo attraverso il simbolo l'uomo può vibrare a questa frequenza ed ha chiamato "misteri" la trasmissione di chiavi che possano sintonizzarsi ad una sorta di iper-spazio a cui si giunge attraverso porte che possono essere aperte nella trama energetica; la codificazione di queste chiavi ripetute e combinate nella scansione scatenante la mutazione di stato-percezione è chiamata "rito".
La più antica chiave che l'uomo ha affidato all'uomo nel segreto della confidenza è il triplice aspetto: positivo, statico, negativo; +, =, -; fuoco, aria, acqua; o come si dice tradizionalmente, i tre guna: rajas, sattva, tamas.
Ricordata come trimurti, trinità, è la formula secondo la quale sussiste la creazione; forse oggi vogliamo leggerla come insieme di forza di gravità, forza di campo elettromagnetico e interazione atomica.
Ogni tempo rispetta un proprio codice di linguaggio.
Il Rig-Veda, il libro più antico del mondo, ci parla di una divinità già antica Mithra.
Negli inni vedici è associato a Varuna nella figura del Mithravaruna come due facce di una stessa medaglia.
Varuna è l'inconoscibile, il tremendo, simbolo della potenza delle acque primordiali ingestibili e insondabili, fonte delle paure e quindi radice simbolica della notte, dell'inconscio.
Mithra è il volto amico della divinità.
Mentre Varuna è giudice terribile e severo che ci scaraventa negli inferni delle ossessioni, nei sensi di colpa, Mithra è il nostro testimone della difesa, è l'eroe puro che invochiamo come testimone della nostra purezza d'animo, della nostra sincerità e buona fede.
Per questo viene invocato come custode dei patti e soprattutto garante del patto supremo, quello tra Dio e l'uomo, tra l'infinito-inconscio collettivo con il finito-consapevolezza individuale.
Ciò non toglie che Mithra è dunque l'altra faccia della notte: il desiderio della luce.
L'uomo ha ancora bisogno del buio della notte per risvegliare i simboli primordiali, nel sogno e nel rito.
Al confine del buio c'è il confine con la propria anima: quando il confine tra il manifesto e l'immanifesto si fa più incerto l'uomo intravvede una realtà affascinante e terribile che non riesce a concettualizzare.
Mithra è la chiave triplice che apre la porta tra i mondi:
Mi - Fuoco / Th - Aria / Ra - Acqua
Queste tre lettere formano un mantra, una parola potente capace di vibrare e di scuotere; pronunciate lentamente, profondamente, in un'unica lentissima espirazione paragonabile ad un muggito, è la chiave che distrugge l'inconsapevolezza.
La kabala chiama queste tre lettere le madri che nutrono l'albero della vita.
Il mantra Mithra ha attraversato i millenni ed è un grido sommesso, profondo, una vibrazione tellurica, liberatoria che percuote il corpo come un eco, è il vagito della libertà, la libertà cruenta di esistere rinunciando ai propri limiti, rinunciando alla propria caduta e ad ogni caduta possibile.
Lo stesso muggito che è stato gridato un numero infinito di volte nella profondità delle grotte mitraiche, lo stesso muggito che l'uomo pronuncia nella profonda grotta del proprio cuore, il suono che spezza ogni finta apparenza.
Mithra è la chiave che apre quella porta che mette in comunicazione ogni uomo con le proprie costellazioni: la porta del firmamento.
Questo è il messaggio primordiale che l'uomo ha lasciato all'uomo: l'antico sacerdote ha lasciato questo mito e questo rito e un'unica preghiera "sveglia quel sole che è dentro di te, sveglia quel cuore che è dentro quella grotta, smetti di sognare una vita che non esiste e divieni consapevole".
L'iniziazione a Mithra diviene l'unione a se stessi.
Questo libro di per se stesso è un miracolo della memoria.
Il vero libro su Mithra è ancora da scrivere ed è il libro che restituirà alla filosofia le sue stesse origini.
(dall'Introduzione di Vittoria Fornari)