Perché
gli USA vogliono ad ogni costo attaccare l'Iran
Facciamo nostre le riflessioni
contenute
in questo articolo di Carlo Bertani
Nel 1941 il Giappone attaccò gli USA a
Pearl Harbour perché, se si fosse piegato alle richieste
di Washington - che aveva espressamente fissato i
quantitativi massimi di materie prime che il Sol Levante
poteva importare - l'economia giapponese avrebbe subito
un terribile tracollo ed il paese sarebbe precipitato
nella miseria. I giapponesi erano consci d'avere scarse
probabilità di successo, sapevano che gli USA potevano
in un solo anno produrre più portaerei di quelle che il
Giappone sarebbe riuscito a produrre in un secolo, ma
tentarono ugualmente. Perché? Poiché non avevano altra
via d'uscita. La stessa domanda - curiosa nemesi storica
- se la sono certamente posta a Washington prima di dare
inizio alle danze, ovvero prima di premere affinché
Teheran fosse deferita al Consiglio di Sicurezza
dell'ONU, primo passo verso un nuovo abisso di morte e
distruzione: il futuro immaginato dagli USA è quello di
riportare l'Iran all'anno zero dello sviluppo
industriale.
Tutti possiamo capire facilmente che si tratta di un
futuro a tinte assai fosche, e per mille motivi: se gli
USA sono già in grave difficoltà in Iraq ed in
Afghanistan, perché rilanciare il piatto con un'altra
puntata di sangue? Apparentemente, la cosa ha poco senso,
ma solo apparentemente. Le ragioni ufficiali? La
questione nucleare: una bugia che non ha nemmeno le gambe
per muoversi, altro che le armi di Saddam Hussein.
Anzitutto, nessun trattato od accordo internazionale
impedisce ad un paese di dotarsi di tecnologia nucleare
ad uso civile, e ci sarebbe anche da discutere sul fatto
che non possa dotarsi d'armi nucleari, giacché coloro
che sembrerebbero essere i giudici della contesa sono
proprio i paesi ricchi di missili e relativi ordigni
atomici. Sorvoliamo su queste quisquilie diplomatiche,
giacché sappiamo che nella storia esiste una sola legge
- quella del più forte - e domandiamoci: davvero l'Iran
sarebbe un pericolo
per l'area?
A dire il vero, l'Iran parrebbe l'unico paese di un certo
"peso" nell'area ad essere privo d'armi
nucleari: se Teheran è un pericolo, il Pakistan che
cos'è? E non finisce qui, giacché l'Arabia Saudita ha
recentemente ristrutturato con acquisti in Cina il
proprio arsenale balistico: ufficialmente non ha
l'atomica, ma armamenti chimici e biologici non mancano
certo a Ryad. Non minimizziamo sugli armamenti biologici:
per una popolazione colpita, è forse preferibile morire
di botto in uno schianto atomico piuttosto della lenta e
terribile morte che danno l'antrace modificato od il
nuovo vaiolo made in provetta. Pakistan, India, Cina ed
Israele hanno arsenali propri, mentre l'Iraq e
l'Afghanistan sono sotto controllo americano (e quindi
sotto il loro "ombrello" atomico): chi è
rimasto fuori? La Siria si è dotata recentemente dei
missili SS-26 Iskander russi, in grado di volare bassi,
velocissimi e praticamente invisibili ai radar;
l'obiettivo di quei missili (con testata convenzionale,
ad esplosivo) è uno solo: in caso di guerra contro
Israele, colpire la centrale nucleare israeliana di
Dimona. Insomma, tutti in Medio Oriente sono in grado di
combinare sfracelli con quello che già possiedono: se
l'Iran fra qualche anno avesse la bomba atomica, è oggi
il caso di far saltare l'intero pentolone medio-orientale
con quella motivazione? Sarebbe come dar fuoco alla casa
per prevenire un possibile incendio.
Le vere motivazioni bisogna andarle a cercare da altre
parti, ma non c'è tanto da "grattare" per
scoprire l'uovo di Colombo. La prima causa è comune a
tutti gli stati che possiedono giacimenti petroliferi:
nessun paese che gode di simili ricchezze può
permettersi di trasformarle in tessuto produttivo, in un
apparato industriale, giacché maggiore è l'indipendenza
economica e tecnologica dalle grandi potenze e minore è
il controllo imperiale e neocoloniale che le stesse
possono esercitare. Ci sono due esempi - antitetici - che
dimostrano ampiamente questa tesi: il primo è l'Iraq,
che - pur essendo al secondo posto nel pianeta per
riserve di petrolio censite - estraeva a ritmi molto
blandi e trasformava i proventi in tessuto industriale e
nella modernizzazione del paese. Contrariamente a quello
che oggi tutti pensano, il giudizio che alcuni storici
(fra i quali Paolo Mieli) danno di Saddam Hussein non è
completamente negativo: il rais di Baghdad iniziò a
commettere clamorosi errori dopo il 1980, quando
s'impelagò nella terribile guerra contro l'Iran, ma
prima aveva giocato bene le sue carte. L'Iraq non è un
paese molto popoloso ed ha due grandi fiumi che lo
attraversano, il Tigri e l'Eufrate: ciò rende possibile
l'irrigazione e quindi l'indipendenza alimentare. I
proventi petroliferi, se ben investiti per creare un
apparato produttivo, avrebbero consentito all'Iraq di
diventare una sorta di "Germania" dell'area,
ovvero un paese ricco di tecnologia.
Grande attenzione veniva posta all'istruzione, e molti
iracheni frequentarono le università europee: da ultimo,
non dimentichiamo che, se qualcuno cercava un paese
islamico dove la donna aveva uguali diritti e tutte le
possibili carriere aperte, quello era proprio l'Iraq di
Saddam Hussein. Sfidiamo chiunque a provare il contrario.
Una miriade di fattori non resero possibile il passo,
primi fra tutti proprio la megalomania di Saddam Hussein
ed il conseguente regime di terrore interno, ma né gli
USA né Israele avrebbero mai permesso che Baghdad
diventasse un paese tecnologicamente avanzato. Non
dimentichiamo che il bombardamento effettuato nel 1981
sulla centrale nucleare irachena in costruzione fu - per
il diritto internazionale - un puro e semplice atto di
terrorismo, giacché non esisteva uno stato di guerra fra
i due paesi (a meno di risalire alla guerra del 1948,
tesi assai labile). All'opposto, l'Arabia Saudita è il
lampante esempio del contrasto: il primo produttore di
greggio al mondo - che subdolamente sostiene Al-Qaeda -
viene considerato "alleato" giacché i proventi
petroliferi sono investiti nella finanza internazionale,
pura e semplice carta "garantita" dalle Banche
Centrali. Se - invece di pura e semplice carta - qualcuno
inizia a costruire industrie, quelle non sono più carta
ma beni, ovvero qualcosa che ha un valore d'uso - e non
di pura imputazione - e quindi non soggetto al controllo
imperiale.
E l'Iran? Il paese si trova oggi in mezzo al guado: ha
siglato recentemente un contratto con la Cina per la
fornitura a prezzi di mercato di gran parte della propria
produzione (petrolio e gas) per i prossimi 25 anni. Bush
non ha certo festeggiato l'evento con un party nel prato
della Casa Bianca. D'altro canto, per l'Iran questa non
è certo una novità: già nel 1953, gli USA riuscirono
ad impedire che i proventi petroliferi servissero per
migliorare le condizioni di vita degli iraniani e
riuscirono a "togliersi dai piedi"
l'ingombrante Mossadeq, che aveva nazionalizzato le
compagnie inglesi. L'Iran, a differenza dell'Iraq e
dell'Arabia Saudita, è molto popoloso ed ha una
popolazione in forte crescita: inoltre, ha sì importanti
ricchezze petrolifere, ma non abbondanti come quelle dei
due vicini. Se Teheran usa il petrolio ed il gas
nazionale per supportare l'apparato produttivo interno,
si priva di gran parte dei proventi petroliferi; la
ragione della "corsa" al nucleare è tutta qui:
incassare valuta pregiata con il petrolio ed il gas e
produrre energia ad uso interno con le centrali nucleari.
E gli aspetti militari? Chiunque possieda centrali
nucleari è in grado di produrre - se si dota della
necessaria tecnologia - ordigni atomici, questo è
innegabile, ma impedire ad un paese di produrre energia
elettrica dal nucleare per scopi pacifici è come
proibire la vendita dei coltelli da tavola, giacché con
un attrezzo del genere chiunque può sgozzare il proprio
vicino. Come ricordavamo, i trattati internazionali
riconoscono chiaramente il diritto per qualsiasi paese di
dotarsi di tecnologia nucleare: possiamo avere riserve di
tipo ecologico al riguardo, ma questo è un altro paio di
maniche. Per risolvere la questione, la Russia ha offerto
d'arricchire l'Uranio nelle proprie centrali e quindi di
fornirlo all'Iran per produrre elettricità in patria:
gli iraniani non hanno rigettato la proposta, ma hanno
chiarito che l'accordo andrebbe approfondito. I timori,
per Teheran, sono evidenti: se il combustibile nucleare
per il funzionamento dell'apparato industriale proviene
dall'estero, è come consegnare le chiavi della propria
autovettura al proprietario di una stazione di
rifornimento, che elargirà la benzina secondo le proprie
convenienze.
In ogni modo, Teheran non ha escluso quella via: ha
semplicemente chiesto altro tempo per approfondire i
termini del possibile accordo. Qual è allora la ragione
della fretta americana, il prurito che non può essere
placato senza la pioggia di bombe? La fretta ha nome e
cognome, e si chiama Borsa Energetica. Da quando esiste
il mercato del petrolio, il suo prezzo è fissato in
dollari: quanto vale il mercato mondiale dell'energia (in
dollari)? Con il prezzo del petrolio intorno ai 60$ il
barile siamo intorno ai 3.500 miliardi di dollari,
miliardo più miliardo meno, proprio una bella cifretta,
nella quale è compresa tutta l'energia consumata nel
pianeta, proveniente da varie fonti (petrolio, carbone,
gas, ecc.). Il mercato mondiale dell'energia vale quindi
tre volte il PIL italiano, oppure un terzo di quello
americano: sempre valutati in dollari. Già, ma quanto
vale un dollaro?
L'attuale, alto prezzo del greggio racconta non una,
bensì due vicende: l'esaurimento delle risorse ma anche
il deprezzamento del dollaro, "scaduto" in
cinque anni rispetto all'euro di un buon 35%. Il prezzo
del greggio viene da sempre misurato in dollari perché
è stata sempre assegnata alla divisa statunitense una
sostanziale solidità: poteva sì fluttuare come le altre
monete, ma Washington rimaneva sempre la miglior garanzia
di non ritrovarsi con le casse dello stato piene di carta
straccia. L'idea balzana scaturita dal turbante degli
ayatollah è quella di creare una Borsa Energetica dove
si possa pagare in dollari, oppure in altre valute. Va da
sé che nessuna moneta può competere con il dollaro, e
nessuno pretenderebbe di pagare con dinari jugoslavi o
con pesos argentini, ma in euro sì. Perché questa fuga
nell'iperspazio economico, proprio da parte degli
ultra-tradizionalisti ayatollah? A dire il vero non si
tratta proprio di una novità: Saddam Hussein -
sottoposto ad embargo - vendeva il petrolio che riusciva
a contrabbandare mediante l'oleodotto siriano e con il
trasporto mediante autobotti in Turchia in euro, niente
dollari. Un azzardo? Una vendetta? Niente affatto: nelle
casse irachene entravano euro che nel tempo si
apprezzavano, e non dollari che perdevano valore.
La Cina - silenziosamente - sta cercando di vendere
l'enorme quantità di dollari in suo possesso (pari al
30% del debito interno americano) per far posto ad altre
valute, principalmente euro. Il guaio è che deve farlo
lentamente e con molta accortezza, altrimenti il valore
del dollaro precipiterebbe e finirebbe per svalutare
proprio le sue riserve in valuta estera. Insomma, il
povero dollaro pare avere la rogna addosso, tanto che la
nuova Federal Reserve del dopo-Greenspan non comunicherà
più le quantità di dollari immessi, ovvero quanta carta
verde stamperanno. E' proprio il caso di parlare di
"carta verde", perché la divisa americana
corre il rischio - un po' per l'aggressività delle
economie asiatiche, ed un po' per la scarsa avvedutezza
di un Presidente cow-boy - di fare la fine del classico
vaso di coccio. I vantaggi di un "petrol-euro",
per i paesi produttori, sarebbero quelli d'incassare una
valuta più stabile (giacché garantita da accordi di
bilancio fra i paesi contraenti, il trattato di
Maastricht), mentre per gli acquirenti la maggior
stabilità della valuta di riferimento sarebbe garanzia
di minori oscillazioni del prezzo: insomma, l'euro
prenderebbe il posto del dollaro nel mercato
dell'energia. Se il greggio iraniano (e d'altri paesi)
fosse commercializzato in euro, sarebbe un'ulteriore
batosta per la Federal Reserve del fuggitivo Greenspan,
ed il biglietto verde accentuerebbe la ripida china che
lo sta conducendo al disastro.
Ecco la pruderie che conduce a tenere schiacciato
l'indice sul grilletto, ecco la vera ragione per scaldare
i motori di portaerei e cacciabombardieri! Verso quale
scenario conduce una simile follia? Non ci sarà nessuna
occupazione militare dell'Iran, questo è certo, giacché
gli effettivi dell'esercito USA non bastano nemmeno per
l'Iraq e per l'Afghanistan. Dopo le prime settimane della
guerra irachena, però, i piloti sono praticamente
disoccupati ed ingannano il tempo allenandosi con i
simulatori e toccando il sedere alle cameriere. Perché
tanto spreco di risorse! Avrà esclamato Rumsfeld. In
effetti, i piani americani prevedono una campagna aerea
che potrà durare dalle due alle otto settimane, secondo
i risultati dell'offensiva. Il copione sarà il solito:
dapprima saranno colpiti gli insediamenti industriali e
militari (comprese le centrali nucleari) mediante missili
da crociera, poi la parola passerà ai velivoli
provenienti dalle portaerei.
Circa un anno fa, gli USA condussero una lunga
esercitazione aeronavale fuori dalle acque del Golfo
Persico, in pieno Oceano Indiano: perché tanta prudenza?
La ragione ha un nome quasi gentile - Mosquit - le
zanzare fanno dunque paura alla macchina imperiale?
Mosquit è il nome di un missile antinave d'ultima
generazione che i russi hanno venduto all'Iran: non si
tratta di un ferrovecchio sovietico, ma di roba moderna
ed efficientissima. Il Mosquit è in grado di colpire
bersagli navali - partendo da postazioni terrestri - in
un raggio di 200 Km: praticamente, la navigazione nel
Golfo Persico sarebbe interdetta. Questa prima
riflessione apre il ventaglio delle possibili opzioni
militari, giacché non dimentichiamo che i contendenti
sono due. Cosa possono opporre gli iraniani? La
componente aerea iraniana non potrà contrastare
efficacemente i velivoli USA, anche se di una nuova
generazione di velivoli - uno dei quali è l'Azarakhsh,
di produzione nazionale - si sa poco o nulla.
Si sa invece che l'Iran ha acquistato parecchi sistemi
missilistici Tor-M1 russi, in grado d'intercettare sia
velivoli sia ordigni in arrivo, quali missili da crociera
o bombe a guida laser. Alcuni analisti affermano che i
russi hanno venduto all'Iran anche i radar S-300 ed
S-400, che sono in grado di "vedere" gli aerei
stealth americani. In definitiva, possiamo affermare che
l'Iran non potrà difendere a lungo le proprie
installazioni industriali e militari, ma siamo certi che
- nonostante la coriacea difesa che certamente
eserciteranno, e che costerà parecchie perdite agli USA
- non sarà questa l'arma degli ayatollah contro
Washington. Per comprendere i rischi dell'avventura
dobbiamo riflettere sullo scenario, sullo sfondo più che
sui primi attori. Anzitutto il Golfo Persico; il blocco
della navigazione commerciale provocherà un'impennata
del prezzo del greggio: cifre intorno ai 100$ il barile
non sono lontane dalla realtà, tanto che la banca
d'affari Goldman&Sachs le ha già prese in
considerazione. Ancor peggio sarà lo scenario politico e
militare: non dimentichiamo che la nuova classe dirigente
irachena è sciita: gli ayatollah iracheni hanno studiato
a Qom, in Iran, come i loro colleghi iraniani.
Figure come Moqtada al Sadr, come potranno giustificare
il bombardamento dell'Iran? Qualora gli ayatollah più
moderati, come al Sistani, non prendessero posizione a
difesa dell'Islam sciita, sarebbero immediatamente
"scavalcati" dagli eventi. Se gli USA si
guarderanno bene dall'invadere un solo centimetro
quadrato d'Iran, non è assolutamente detto che gli
iraniani non attacchino le forze USA in Iraq ed in
Afghanistan, provocando l'esplosione della regione:
cos'avrebbero da perdere ad attaccare forze militari già
in difficoltà per controllare il territorio dagli
attacchi della guerriglia? Da ultimo, un aspetto torbido
della vicenda: perché Russia e Cina hanno accettato il
deferimento dell'Iran (loro alleato) senza battere
ciglio? Se ci fosse stata la solita manfrina (come per il
Kossovo), oppure l'atteggiamento decisamente contrario
come nel caso iracheno, potremmo affermare che le
liturgie diplomatiche del dopo guerra fredda sono state
rispettate. Un atteggiamento così arrendevole nei
confronti di Washington - che entrambe considerano un
pericolo per i loro interessi in Asia centrale -
insospettisce: inutile far finta di niente e credere a
chissà quali accordi sottobanco. Una nuova impennata del
prezzo del greggio sarebbe salutata a Mosca come manna
scesa dal cielo - cosicché Putin potrebbe stornare altri
fondi per la ricerca militare, il secondo mercato sul
quale punta la Russia - ma nel medio periodo sia Mosca
sia Pechino sono determinate nell'arrestare
l'espansionismo USA in Asia centrale.
Più difficile capire l'atteggiamento di Pechino;
probabilmente, la sempre maggior espansione dell'apparato
produttivo cinese richiede (per ora) di non entrare in
aperta rotta di collisione con Washington: la soluzione
dell'apparente enigma è tutta in quanto durerà quel
"per ora". Fatto forse marginale - ma assai
curioso - lo scorso anno fu lanciato dal cosmodromo di
Baykonur, in Kazachistan, il primo satellite iraniano
destinato - manco a dirlo - alla sorveglianza militare
del Golfo Persico. In caso d'attacco americano (o
israeliano) Teheran - a differenza di Saddam Hussein -
avrà un "occhio" elettronico puntato sul Golfo
Persico, un satellite in grado di rilevare posizione e
movimenti di navi, aerei (compresi gli
"stealth") e missili. Nelle acque del Golfo,
inoltre, l'Iran ha due sottomarini ex sovietici: non
rappresentano certo una terribile minaccia per le navi
USA, ma tutto - in questa nuova avventura - deve essere
messo in conto. Autorevoli ufficiali di Stato Maggiore di
numerosi paesi europei sconsigliano d'attaccare una
nazione estesa e popolosa come l'Iran, con forze armate
non indebolite da precedenti embarghi ed equipaggiate -
in alcuni settori - con materiali d'ultima generazione.
Non dimentichiamo - infine - che i missili iraniani
Sharab III e IV possono raggiungere - con testate
convenzionali di una tonnellata d'esplosivo - non solo
Israele, ma il Mediterraneo centrale. Gli Scud di Saddam
Hussein - per avere un paragone - avevano una testata di
soli 100 Kg d'esplosivo (minima, per aumentare la
gittata) ma causarono la morte di 160 civili israeliani
(allora completamente negati). Uno Scud con 100 Kg
d'esplosivo sbriciola un'area pari ad un campo di calcio:
il lettore può facilmente comprendere cosa significa
un'esplosione di 1.000 Kg.
Da ultimo, non dimentichiamo che i missili iraniani
potrebbero essere lanciati su Israele con testate
chimiche (e forse biologiche), e la rappresaglia
israeliana sarebbe molto probabilmente atomica. Dello
stesso tenore sono le velate minacce americane d'usare in
Iran armamenti atomici "di bassa potenza", armi
che provocano un'esplosione nucleare sotterranea,
ritenuta da Washington "sicura" (sic!) per i
civili. Ciò che di "sicuro" c'è in tutta la
vicenda è la disperazione, il terrore della prima
potenza mondiale di perdere il predominio economico e
militare: potranno - gli USA - barattare gli effetti di
una guerra terrificante e dai foschi confini con lo
spettro della destabilizzazione interna, causata dalla
ripida china discendente del dollaro sui mercati
finanziari? Nelle settimane che seguiranno ci saranno
senza dubbio frenetiche consultazioni diplomatiche, ma il
sospetto che l'attacco all'Iran sia visto come una
puntata troppo alta anche per i potenti USA inizia a
farsi largo: gli USA - nella nuova avventura - non
avranno pressoché nessuno (a parte, forse, Israele) al
fianco. C'è puzza di morto in questa vicenda, inutile
negarlo, puzza di morto e d'inganno come mai era avvenuto
in passato, né in Kossovo e né in Iraq: nonostante le
roboanti boutade, gli USA del 2006 sono il pallido
spettro del pugile che - nel 1991 - iniziò la prima
Guerra del Golfo. Se Bush deciderà di giocare il tutto
per tutto - trascinando i sempre più dubbiosi americani
nell'ennesima "guerra patriottica" -
s'avvieranno solitari verso le calde acque del Golfo
Persico come - nel freddo dicembre del 1941 - le navi
dell'ammiraglio Chuichi Nagumo s'avvicinavano a Pearl
Harbour.
Carlo Bertani
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